Sapevano entrambi cosa sarebbe successo, eppure rimanevano seduti a quel tavolino. E. si raccontava, parlava dolcemente a occhi bassi e ogni tanto rigirava il cucchiaino nel gelato, disegnando morbidi vortici e curve quasi immobili. A. aveva finito da un pezzo il suo cono e ora poteva guardarle le mani e il viso, incantato, mentre i suoi pensieri ripercorrevano le incredibili coincidenze che li avevano fatti incontrare proprio quel giorno.
- Vuoi assaggiare un po’ del mio?
- Beh… grazie!
Conoscendosi, A. si stupiva di non avere il solito batticuore dettato dall’emozione, di non essere completamente sudato, di non essere ancora inciampato in una gaffe clamorosa o combinato altri disastri irreparabili. Perché con E. era impossibile sentirsi inadeguati: intuiva i pensieri di A., decifrava persino le sue frasi lasciate a metà, e soprattutto era sincera e sapeva raccontarsi con parole semplici e profonde. Com’è bella, e che gioia non essere costretto a recitare una parte, pensava A. tra sé e sé.
- Ti andrebbe un gelato?
- Volentieri!
E così si erano seduti, lei con la sua coppetta al gusto mela, lui con un cono fragola e limone (il suo gusto preferito fin da quando era piccolo). E a quel piccolo tavolino affacciato sulla strada avevano continuato i loro discorsi iniziati poco prima, alla fermata del tram, dove sarebbero potuti rimanere estranei per sempre. Ora invece condividevano sinceramente i loro pensieri più profondi, i dolori, le disillusioni e le speranze. Già, le speranze. Quelle che illuminano il futuro, così facile da immaginare adesso, eppure così impossibile.
- Ti va di fare due passi?
- D’accordo!
È successo proprio in quel momento. Il cielo che si tinge di uno strano colore, il vento che grida e assale alle spalle, l’orizzonte che comincia a deformarsi e franare, le colate di buio che inghiottono tutto, tutto, e niente ha più contorni né luce. Molto diverso da come l’avevano descritto.
A. ed E. non hanno avuto nemmeno il tempo di guardarsi per l’ultima volta e sorridersi. Giusto un istante prima dell’irreparabile, le loro mani si sono sfiorate.
Ora che tutto si è consumato, ora che niente esiste più, mi piace pensare che almeno un mucchietto di particelle di E. sia rimasto accanto a quelle di A. E un giorno, quando tutto tenterà di tornare al proprio posto, forse una parte di A. ed E. sarà ancora lì, insieme, per tentare di dare una forma, un senso a qualcosa, qualsiasi cosa purché sia degna di essere chiamata Vita.